Autunno in Barbagia 2018

La storia di Ollolai è molto antica e ricca di leggende divenute ormai patrimonio dei suoi abitanti.
I primi segni di vita sono stati scoperti sul monte San Basilio e risalgono alla preistoria, in particolare al Neolitico medio .

Secondo i racconti il paese sarebbe stato la residenza di Ospitone , il re dei barbaricini .

Così venivano chiamate dal Codex Justinianus (534 d.C.) le popolazioni del centro Sardegna durante il periodo bizantino. La loro religione prevedeva molte divinità associate alle forze della natura.

Nel 594 d.C. papa Gregorio Magno inviò una lettera ad Ospitone definendolo capo dei barbaricini ( Gregorius Hospitoni duci Barbaricinorum ) in cui richiedeva il suo aiuto per incoraggiare la conversione del suo popolo e accogliere due suoi ecclesiastici, Felice e Ciriaco. L’intervento del Papa portò i barbaricini alla pace col generale Zabarda inviato dall’imperatore bizantino Flavio Maurizio Tiberio.

Nel periodo medievale è tra i paesi che combatterono per il Giudicato d’Arborea contro gli aragonesi. Dopo la pace del 1388 tra Eleonora D’Arborea e Giovanni d’Aragona, Ollolai rimase legato alla dinastia sarda entrando tra i feudi del marchese d’Oristano Leonardo Alagon. Fu lo stesso marchese a concedere ai frati francescani la fondazione di un convento.

La storia del centro si lega ancora una volta ad una leggenda che narra della disamistade (faida) tra due importanti casate i Ladu e gli Arbau. Le lotte tra le due famiglie portarono alla persecuzione dei francescani. I frati andarono via nel 1490 lanciando una maledizione che, secondo i racconti degli anziani, provocò il violento incendio che distrusse gran parte dell’abitato.

La storia ufficiale vede il paese nuovamente al centro della vita amministrativa con i Ladron: nel Seicento Ollolai divenne capoluogo del distretto in cui risiedevano i funzionari del grande feudo.

Le ingiustizie e il fiscalismo feudale proseguirono dai feudatari spagnoli ai signori di Mandas e ai Savoia.

Il grande e popoloso centro che aveva dato il nome al distretto giudicale della Barbagia di Ollolai si spopolò a seguito della peste che decimò tutta l’Isola ma soprattutto per l’emigrazione di molte famiglie verso altri paesi.

Sul monte San Basilio , circondato dalla macchia mediterranea, si trova il paese di Ollolai, a circa 1000 m s.l.m.

Quercia, tasso, pero selvatico, elce, erica scoparia, agrifoglio ricoprono il monte su cui venne eretta la chiesa bizantina di San Basilio Magno, dove si possono ancora vedere i resti dell’antico convento francescano che fu teatro della leggenda della maledizione dei frati.

A sud-ovest dell’abitato, sul massiccio granitico ai confini del Gennargentu, si trovano le punte più alte del territorio comunale chiamate la “ finestra della Sardegna ”: Punta Manna (1104 m) e Punta de S’Aschisorju (1127 m). Da qui, nelle giornate serene con cielo terso, si possono osservare i mari che bagnano l’Isola a est e a ovest ; uno spettacolo che attira numerosi escursionisti che si inoltrano nei sentieri tra le rocce e la fitta vegetazione.

All’inizio della strada che conduce alla cima si trova Sa Conca Frabica , il riparo sotto roccia utilizzato come sepoltura dal Neolitico medio all’età del Ferro.

Verso sud-est si possono percorrere i bei sentieri che conducono al lago Cucchinadorza dove si incontrano resti archeologici nuragici.

L’ aria pura e laricchezza delle sorgenti incontaminate hanno contribuito a conservare querce e lecci secolari, monumenti naturali che testimoniano una natura ancora intatta. In questa nicchia ecologica vivono diverse specie di rapaci, cinghiali, volpi e martore .

L’abbondante presenza dell’ asfodelo rappresenta un particolare valore per l’artigianato locale: la pianta è la materia prima impiegata per la confezione dei rinomati cesti, realizzati in diverse tipologie e dimensioni dalle mani esperte delle donne ollolaesi.

Nel parco archeologico sul monte San Basilio è possibile fare un tuffo nella preistoria tra ripari sotto roccia e tombe ricavate nei tafoni.

Il riparo sotto roccia di Sa Conca Frabica conserva ben sette strati di scavo archeologico che testimoniano l’uso ininterrotto a partire dal Neolitico medio fino all’ età del Ferro . Il luogo era utilizzato per deporre i defunti, accanto ai quali veniva posto un corredo funerario, costituito soprattutto da oggetti in ceramica ma anche in bronzo e ossidiana.

Nelle vicinanze si trova l’ antica chiesa di San Basilio che si ritiene sia stata edificata dai monaci basiliani in epoca bizantina. Dopo i rimaneggiamenti del ’900, rimane traccia della costruzione originale nei conci di trachite riutilizzati, in seguito, per la costruzione dei tipici alloggi per i pellegrini che circondano le chiese campestri sarde.

Esplorando il territorio intorno alla chiesa si possono scorgere i resti di un antico villaggio nuragico.

Dell’antica civiltà sarda si conservano tracce nei nuraghi di Loai, Talaighe, Legunnoro e Palai.

Non può mancare una passeggiata lungo le vie del centro; qui si affacciano le tipiche case a due piani costruite con conci in pietra, spesso in granito.

Nella piazza principale si trova la chiesa parrocchiale dedicata a San Michele . Al suo interno si conservano tracce dell’edificio originario realizzato in stile gotico aragonese, inoltre si possono ammirare alcune tavole del pittore Carmelo Floris . L’artista ha trascorso la sua gioventù ad Ollolai dedicando molte sue opere alle scene di vita quotidiana e alle feste; sono famosi i suoi ritratti alle donne ollolaesi dipinte con i loro splendidi abiti tradizionali.

Tra le altre produzioni tipiche spicca quella dei cestini di asfodelo : l’abilità delle maestre cestinaie di Ollolai è rinomata in tutta l’Isola. Per testimoniare questa importante produzione è stata istituita la Mostra Storica de s’iscrarionzu , un museo dedicato all’intreccio e a tutte le fasi della lavorazione dell’asfodelo in piazza Marconi.

Nelle numerose feste che scandiscono il passaggio del tempo è possibile assistere agli incontri di un’ antichissima lotta che dal 1995 è entrata nella federazione delle lotte celtiche: s’istrumpa .  Questa disciplina risalirebbe al periodo nuragico come testimoniato da alcuni bronzetti dell’epoca: si tratta di uno scontro corpo a corpo in cui i lottatori, denominati gherradores, devono stringersi in una precisa posizione delle braccia e cercare di far toccare terra alle spalle dell’avversario.