Giacinto Satta

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Orosei, 26 giugno 1851- Bosa, 14 gennaio 1912

Dopo gli studi ginnasiali compiuti a Nuoro, dal 1875 al 1877 Giacinto Satta si trasferì a Sassari, dove l’impegno sui libri si alternava con i più gradevoli intrattenimenti della vita mondana. Nel 1877 partì alla volta di Roma per frequentare la facoltà di Giurisprudenza, sentendosi però maggiormente attratto dal giornalismo, dalla scrittura e dalla pittura. Le prime prove letterarie arrivarono già nel 1878, con la pubblicazione sotto pseudonimo (G. ATTAS) dei raccontiMatrimonio alla macchia e Orosei. Note di viaggio nella “Rivista Economica della Sardegna”. Nella capitale ebbe inizio anche la sua carriera giornalistica – scrisse per “Il Dovere”, quotidiano di fede mazziniana ortodossa e strumento della massoneria –, un’attività che proseguì con la collaborazione alla “Gazzetta di Firenze” durante il suo soggiorno nella città toscana nel 1879.

Lasciata Roma nel 1885 per concludere gli studi e conseguire la laurea a Cagliari, egli ripartì subito dopo per Parigi, dove dal 1892 poté permettersi di condurre una vita a tutti gli effetti bohémien, avendo modo di frequentare gli ambienti più stimolanti della cultura europea del tempo. In questo vivacissimo periodo sarà fondamentale il contatto diretto con gli Impressionisti, un’esperienza che influenzerà non poco la sua maniera pittorica e che, al suo ritorno in patria, contribuirà a distinguerlo nettamente dagli artisti coevi isolani. Anche nella Ville Lumière proseguì la sua attività di redattore: collaborò con “Secolo” e altri piccoli giornali, e fu corrispondente del periodico “Vita Sarda”. Di questi anni parigini scriverà diffusamente nei saggi Al di là del Cenisio e Giornali e Giornalisti d’oltre Cenisio, che “La Nuova Sardegna” pubblicherà a puntate, con grande successo, tra il 1895 e il 1898.

Dopo un breve soggiorno a Londra all’inizio del 1893, e dopo avere viaggiato attraverso la Spagna e l’Africa, in quello stesso anno Satta fece rientro a Nuoro. Qui, per dieci anni, fu insegnante di francese al Ginnasio, ma soprattutto si distinse come animatore della vita culturale cittadina. Il suo temperamento sopra le righe e poco incline ai compromessi diplomatici non gli giovò, tuttavia, nella carriera politica, dato che l’esperienza di sindaco (dal 1901 al 1903) si concluse con dimissioni obbligate a causa di problemi giudiziari e continue controversie con gli amministratori locali. Come se non bastasse, i suoi detrattori si adoperarono per fargli perdere il ruolo da insegnante in sede, così che fu costretto a ripiegare prima a Oristano e poi a Sassari, dove continuò a lavorare anche per “La Nuova Sardegna” con lo pseudonimo di Dott. Panfilo. Con la stessa identità criptata, prima della morte che lo colse a Bosa solo e dimenticato da tutti, Satta firmò anche due romanzi pubblicati dal quotidiano: I misteri di Sassari (1904) e Il tesoro degli Angioini (1907).

Negli anni trascorsi all’estero, e poi dal momento del suo ritorno definitivo in Sardegna, alternò sempre la scrittura e l’insegnamento all’attività pittorica, distinguendosi dai suoi colleghi isolani sia per lo stile – che evidentemente risentiva della lezione dell’Impressionismo – sia per i soggetti proposti. Se quelli più originali – come le ballerine, gli interni dei caffè o i luminosi paesaggi ritratti en plein air – tradivano maggiormente l’influenza d’oltralpe, anche quelli più familiari, come i bozzetti di vita campestre e agropastorale, denunciavano la peculiarità dello sguardo dell’artista. Cosmopolita e disincantato, a differenza degli altri pittori era interessato a fissare sulla carta quel microcosmo rurale di cui ormai, con onesta rassegnazione, aveva presagito l’imminente e inesorabile scomparsa. Per questo il suo stile poteva divenire talvolta analitico e documentaristico, in una osservazione del contesto e del folklore sardo condotta con piglio quasi etnografico, senza alcuna intenzione celebrativa o mitizzante. I soggetti di carattere popolare lo interessavano anche in virtù del suo impegno civile e politico, animato come era dalla convinzione che le classi sociali meno abbienti meritassero un riscatto a livello economico e culturale.

L’opera pittorica di Satta ebbe, tra i contemporanei, l’ammirazione di Grazia Deledda, di cui l’artista illustrò con quattro acquarelli il racconto Ballora, pubblicato nel 1906 su “Almanacco Italiano”.

 

Bibliografia essenziale

  • “Il Convegno”, numero monografico dedicato a Giacinto Satta, testi di M. Ciusa Romagna, F. Alziator, G. Susini, Nicola Valle, VI, 1, 1953;
  • G. SATTA, I misteri di Sassari, Sassari, Delfino, 2012; Sassari, Dessì, 1971 (edizione anastatica della prima edizione 1904);
  • G. SATTA, Il tesoro degli Angioini, La Biblioteca della Nuova Sardegna, 2003; Sassari, Dessì, 1971 (edizione anastatica della prima edizione 1907);
  • N. GUISO et al., Incontro con Giacinto Satta, catalogo della mostra (Orosei, Centro Studi G. Guiso, 29 maggio-7 giugno 1993), Orosei, Centro Studi G. Guiso, 1993

 

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