Cuore della Sardegna

L'Istituto Superiore Regionale Etnografico 
presenta
ISOLE, un viaggio a Panarea e Lipari
Mostra fotografica di Cecilia Mangini 
Nuoro, Museo del Costume, via A. Mereu, 56 
Dal 21 settembre al 22 ottobre 2017. 

Programma:
Mercoledì 20 settembre, ore 11, presso la biblioteca della sede istituzionale dell’Isre, in via Papandrea 6 a Nuoro, conferenza stampa di presentazione della mostra fotografica “Isole, Lipari, Panarea”: sarà presente la fotografa, sceneggiatrice e documentarista Cecilia Mangini 

Giovedì 21 settembre, ore 18,30, Nuoro, Museo del costume – inaugurazione della mostra (in corso fino al 22 ottobre, segue gli orari di apertura del Museo) 

Venerdì 22 settembre, ore 18,30, Auditorium "Giovanni Lilliu", rassegna cinematografica 

La mostra

Emergono dal passato come delle madeleine, sotto il cielo di un’estate torrida la cui luce diafana si specchia sul mar Mediterraneo, inondando di sole due isole, Panarea e Lipari, così lontane (e così simili) alla Sardegna di ieri e di oggi. Sono cariche di anni, eppure sono incredibilmente attuali. Nel loro scatto il fluido del tempo si è raggelato, eliminando la prospettiva della storia, e anche quella della morte. Ciascuno dei giorni passati è rimasto depositato come una memoria involontaria, a ricordarci tutto: chi siamo, e chi siamo stati, chi diventeremo. 
È il 1952 quando Cecilia Mangini mette mano, per la prima volta professionalmente, alla sua reflex, una Zeiss SuperIkonta 6x6. Ha appena compiuto 25 anni. Va in Sicilia, a Lipari, per realizzare un servizio fotografico sui lavoratori e le lavoratrici che si dannano la vita in una cava di pomice. Molti di loro si ammaleranno di silicosi, e a poco serviranno le mascherine che proteggono la bocca. Mangini documenta con istantanee certo drammatiche (e talora poetiche, ma senza mai cedere al sentimentalismo) le condizioni del lavoro. Il servizio non verrà mai pubblicato - a quei tempi. Ma costituisce già un segnale preciso della personalità e del particolarissimo “punto di vista” che muove lo sguardo della Mangini. Una strada che non molti anni dopo la porterà a documentare la realtà non più con immagini fisse, ma in movimento: con il cinema. 
Fotografa naturale, come si potrebbe definire, Cecilia Magnini fa riemergere le sue immagini da un silenzio lungo oltre mezzo secolo. Seppure affiorate dal buio, per il sentimento che suscitano, per la freschezza intatta dello sguardo, queste fotografie sembrano scattate oggi. Ma sono una testimonianza di un processo di cambiamento, che di lì a poco avrebbe marginalizzato e cancellato per sempre i protagonisti di quel mondo. Sulla scena è mostrato allo spettatore un eterno presente, in cui manca la prospettiva del cambiamento, ogni possibile speranza del divenire. E’ il mondo amato da Pasolini, quello della pre-modernità, la cui anima autenticamente vitale è passata indenne alla rivoluzione fascista, ma non sopravvivrà alla modernità. 
Sono foto limpide, precise: dai primi piani alle scene composte, la Mangini posa uno sguardo innocente sulla gente e i suoi gesti: il lavoro dell’uomo, la vita quotidiana, il gioco. Un archivio di dati antropologici e storici, asciutto, dove luoghi e azioni lavorative, oppure di vita quotidiana, rappresentano esistenze dove il soggetto non è protagonista ma parte del tutto. 
Quel che sorprende in questa esposizione di fotografie quasi del tutto inedite, scattate nel 1952 e ora restituite alla nostra attenzione – e in un contingente scelto regalate all’Isre dall’autrice - è la sua precoce, straordinaria capacità di vedere per permettere a noi di capire. Non ci sono parole, ma un grande linguaggio che cinquant’anni dopo restituisce una voce potente. Interrogarsi sullo sguardo di allora di questa ragazza classe 1927 (ha compiuto novant’anni il 31 luglio) è un esercizio che queste immagini obbligano a fare, inevitabilmente, ogni qual volta le si osserva. 
Dentro non c’è una fotografia occasionale. C’è la forza inaudita della cultura dell’Italia di quegli anni: c’è lo sguardo nuovo del Futurismo, c’è la magia della metafisica di De Chirico, c’è tutto il retroterra culturale che naturalmente sfocerà in quegli anni nel Neorealismo. “Il mio vero amico era l’esposimetro”, dirà un giorno la Mangini. Dispone l’animo alla cautela, alla lentezza. Eppure queste foto sembrano istantanee negate all’esposizione. Foto di documentazione, ricche di contrasti, in pieno giorno, dove a emergere è il gesto, l’occasione, il luogo come contesto, unico e irripetibile, il sapere materiale. Apparentemente sono spontanee: sono espressione di una cultura artistica squisitamente italiana fatta di cinema, di pittura, originale, che affonda in un sapere che va dagli anni Dieci al Dopoguerra. 
La metrica che usa Cecilia Mangini infatti è precedente. Non è figlia della mera documentazione, ma di una fotografia etnografica artistica di rara bellezza compositiva. Cresciuta nell’humus di un mondo nato con il rappel a l'ordre dell’Italia fascista, nella forma di classicità che guarda all’avanguardia del Paese degli anni Trenta. La metrica compositiva è classica, nell’indagine di un Paese da ricostruire, in un contesto miracolosamente ancora vergine. Emerge il contesto visivo esplosivo, che verrà letto e interpretato dalla lente di intellettuali del calibro di Pasolini, Moravia, Montale, Pratolini: è realismo rivisitato, che si nutre di uno sguardo che ha le radici in una cultura precedente e che osserva il futuro, provando a immaginarlo. Che si abbevera del sogno, come in Fellini, una visione che avrà fine solo alla fine degli anni Settanta. La cultura è antica, lo sguardo è quello vergine di questa ragazza, che nel 1952 ha solo una reflex e i suoi venticinque anni. 
A Panarea il tema ricorrente sono i ragazzi del luogo, tutti più o meno coinvolti nel quotidiano ménage familiare, anche dal punto di vista lavorativo. Ragazzi pastori, pescatori, che attendono alle faccende domestiche, alle incombenze del minuscolo indotto turistico. A Lipari, raggiunta in vaporetto per una gita fugace di un giorno, l’epifania si completa: le cave di pomice sono un set neorealista a cielo aperto, che Cecilia attraversa in lungo e in largo, concedendosi tutti i punti di vista possibili, come davvero avrebbe fatto un consumato professionista. Le fasi del lavoro di raccolta e trasformazione del prezioso materiale, attorno cui ruotava l’economia dell’isola, sono documentate puntualmente, come se dovessero diventare poi materia da rotocalco. Accanto al rigore documentaristico c’è spazio anche per una narrazione più intima e partecipata: la donna ripresa di spalle che attraversa la bianca distesa di pomice, una delle immagini più conosciute di Cecilia Mangini, principia una sequenza narrativa più articolata, quella che vede la donna portare il pranzo al marito e al figlio ancora bambino, entrambi operai nella cava. Uno sguardo che diventa immediatamente poetico, quando indugia sui volti e sulla gestualità del lavoro manuale e in cui lo sviluppo narrativo denuncia già una naturale propensione per quella missione documentaristica, cui in futuro sarà destinata. 
Ed è la conferma di ciò che Cecilia Mangini forse fino ad allora aveva appena intuito, o magari sperato: l’immagine e la sua funzione sociale più importante, quella documentaria, devono essere una via per raccontare l’Italia che sta faticosamente rinascendo dalle macerie del secondo conflitto mondiale. E’ uno sguardo individuale, di una donna, che al suo interno ha lo sguardo intero di un’epoca, e forse di un mondo. E che riemerge oggi come una “scoperta”, così repentina e improvvisa, che ci abbaglia: come un flash. 

Chi è Cecilia Mangini

Nata nel 1927 a Mola di Bari, da padre pugliese e mamma di Firenze (dove la famiglia si trasferisce quando Cecilia ha sei anni), è la prima donna documentarista in Italia del dopoguerra. Con i suoi film e corti non fiction, è sempre andata oltre censure e stereotipi, ponendo l'obiettivo, per esempio, sulle ultime tracce di rituali contadini e fede popolare, i ragazzi di periferia, raccontati con Pasolini, la vita in fabbrica ieri e oggi, la condizione della donna tra lavoro e famiglia. Debutta nel documentario nel 1957, con Ignoti alla città (1958), ispirato a Ragazzi di Vita di Pasolini: la cineasta, per il suo racconto di ragazzi di borgata, dopo aver cercato il numero nell'elenco telefonico, telefona allo scrittore e gli chiede di scrivere un testo per il film. Pasolini, dopo una visita in moviola, accetta. Il corto viene censurato dal ministro Tambroni, con l'accusa di istigazione all'immoralità, ma è l'inizio di una collaborazione tra Pasolini e la regista, che si rinnoverà per Stendalì (Ancora suonano) del 1960, tratto da Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino, su un canto sacro funebre in dialetto greco delle donne di Martano, in Salento, e La canta delle marane (1962), dove torna fra i ragazzi di vita. 
A fine anni '50 Cecilia Mangini incontra l'uomo della sua vita, che diventa suo marito e compagno d'arte, Lino Del Fra (scomparso nel 1997) con cui realizza, tra gli altri, firmando insieme la regia, All'armi siam fascisti!(del 1960, co-diretto anche da Lino Micciché), su antefatti e conseguenze del regime di Mussolini; e da coautrice della sceneggiatura opere come Fata Morgana (1961), Leone d'oro a Venezia, Antonio Gramsci - I giorni del carcere (1977), Pardo d'oro a Locarno, Comizi d'amore '80 (1982) che a vent'anni dal film di Pasolini torna a indagare sul rapporto con il sesso e la famiglia in Italia. Tra le costanti del lavoro di Cecilia Mangini, c'è anche lo sguardo sulla vita in fabbrica, da Essere donne, racconto sulle difficoltà quotidiane delle operaie, a Tommaso (1965), e Brindisi '66, sull'impatto della Monteshell in città. 
Nel suo documentario più recente, che la riporta alla regia dopo circa 40 anni, In viaggio con Cecilia (2013), realizzato con l'amica e allieva Mariangela Barbanente, appare il passato con il drammatico presente dell'Ilva di Taranto. Per lei infatti "il documentario è una necessità, perché ci mette in condizione di pensare al nostro oggi, di collegarlo al passato e proiettarlo verso il futuro".