Cuore della Sardegna

di Antonello Menne
Presidente Comitato Tecnico "Associazione Distretto Culturale del Nuorese"

Il giornalista Leopoldo Carta (1878-1932), il 6 giugno 1910, sulla rivista Il Secolo xx pubblicò un articolo dedicato a Nuoro e alla sua élite intellettuale. L’intento era quello di offrire una rappresentazione del capoluogo barbaricino diversa da quella della cronaca dilagante del periodo. Non solo delinquenza ma anche grande fervore culturale.

Nel 1900 il Tenente dell’Arma Giulio Bechi aveva firmato il libro-scandalo dal titolo Caccia grossa, un ritratto crudele della criminalità in Sardegna sul finire dell’Ottocento, dove Nuoro, in particolare, veniva rappresentata come la culla del banditismo. Carta, insomma, voleva spostare l’attenzione dell’opinione pubblica su un altro versante. Nell’area più interna dell’isola, infatti, stavano crescendo e si stavano affermando scrittori e artisti di qualità eccelse e di valore universale. Nuoro era un laboratorio di idee e di invenzione artistica, uomini e donne che iniziavano a produrre nuova cultura nonostante la povertà, l’arretratezza e l’isolamento di un villaggio che Salvatore Satta definì “nido di corvi”. Non c’erano infatti scuole (“a Nuoro le scuole finivano con il ginnasio”), non c’erano università e neppure biblioteche.

A Nuoro non si leggeva, i preti erano impegnati in tutt’altri affari, come il canonico Fele che “aveva procurato alla chiesa qualche buon testamento”, e non mettevano a disposizione dei fedeli i libri impolverati delle sacrestie; anche il notaio “Don Sebastiano, che era un uomo istruito, non aveva mai letto un libro”. “Nella Nuoro di fine Ottocento, infatti, nessuno compra libri; e chi ne abbia qualcuno in casa lo custodisce come un cimelio, guardandosi bene dal leggerlo” (Vittorio Spinazzola, Itaca, addio). Strano posto, un paese “che non ha motivo di esistere”, dove “la gente sembra un corpo di guardia di un castello malfamato” ma dove tuttavia si affermano personalità destinate a cambiare la storia dell’Isola.

Un luogo che spinse, nel 1894, l’allora ventenne Grazia Deledda a scrivere: “Nuoro è chiamata l’Atene della Sardegna (…). Infatti è il paese più colto e battagliero dell’Isola. Abbiamo artisti e poeti, scrittori ed eruditi, giovani forti e gentili, taluni dei quali fanno onore alla Sardegna e sono avviati anche verso una relativa celebrità” (Tradizioni popolari di Nuoro). L’affermazione del futuro premio Nobel è suffragata dai fatti. Il pensiero corre ad Antonio Ballero, che ormai trentenne andava proponendo la sua pittura sulle piazze di Venezia, Torino e Milano; a Sebastiano Satta, avvocato, poeta della Sardegna, che, partendo dalla condizione di precarietà della sua gente, scrisse i Versi ribelli e i Canti barbaricini; a Francesco Ciusa, scultore visionario e di rara raffinatezza, che qualche anno dopo riuscì a raggiungere la scuola di Firenze, entrando così in contatto con il mondo e prendendo piena consapevolezza del limite del proprio borgo natio « ... noi avevamo cose più grandi da dire, ma ci mancavano i mezzi per esprimerle».

Sopra tutti, però, Grazia Deledda, donna di Nuoro, Nobel per la letteratura, la prima donna italiana a ricevere l’ambito riconoscimento. Poi Salvatore Satta, che nasce a Nuoro nel 1902 e che negli anni della sua adolescenza registra nella memoria il grande romanzo che riuscirà a scrivere prima di morire. Ma come può un borgo di pastori e contadini, privi di scuola e istruzione, diventare il più colto dell’isola? Qual è il segreto di questo miracolo? Qual è la fonte di questa incredibile creatività? Una prima risposta ci viene dalla stessa Deledda. «Intendo ricordare la Sardegna della mia fanciullezza, ma soprattutto la saggezza profonda ed autentica, il modo di pensare e di vivere, quasi religioso di certi vecchi pastori e contadini sardi (…) Da alcuni di questi vecchi ho appreso verità e cognizioni che nessun libro mi ha rivelato più limpide e consolanti». E’ un po’ la saggezza che Salvatore Satta riconosce a Poddanzu, il servo, amico del notaio, che gli fa da guida, anche senza molto parlare e argomentare. La sapienza che deriva dalla solitudine fortemente legata alla dimensione fisica, alla conformazione del posto; un luogo non è astrattezza. Nuoro, abbandonata al suo destino, che diventa fonte e stimolo alla scrittura, allora come oggi, che favorisce la meditazione e la creatività, perché, come scrive Marcello Fois, “qui il silenzio è impregnato di una strana, inspiegabile inquietudine”. Il luogo fisico diventa esso stesso il protagonista della narrazione.

Ne Il Giorno del Giudizio “Nuoro non è un luogo ma il luogo, unico luogo possibile del suo romanzo” (Nereide Rudas, L’isola dei coralli). E lo è con tutta la sua malinconica forza distruttrice. Inquietudine, dolore e isolamento: ecco un’altra pista. Infatti “sull’onda di questi pensieri è possibile pensare a quest’area isolata come capace di rovesciare il malessere tramutandolo in attività e opere creative” (Nereide Rudas). L’isolamento, anche quello subìto e imposto, fa quindi da leva e provoca creazione e inventiva. Anche ne La madre dell’ucciso di Francesco Ciusa si ritrovano i segni di questa condizione. “La madre dell’ucciso rappresenta il dolore nella sua forma più estrema e chiusa. L’isolamento che la circonda è tale da turbare l’osservatore che intuitivamente sente quasi il bisogno di scusarsi” (Raffaele Muscolo Ciusa).

Isolamento, in quella Nuoro dilaniata dalla criminalità e sull’orlo della carestia, significava anche precarietà e caducità. Non a caso, allora come oggi, si cerca di scappare per poi ritornare, di cercare l’affermazione fuori da Nuoro, ma vivendo fino in fondo la dinamica del ritorno. Si parte dal borgo natio con “la consapevolezza dell’essere senza peso né centro” e si continua a vivere il rapporto con questo luogo accompagnati dallo spettro del caduco e del fuggevole.

Anche la precarietà, il senso di perenne insicurezza diventa quindi fonte di creatività, di invenzione artistica, di ricerca di nuovi orizzonti. Nuoro che, con le parole di Grazia Deledda, è cuore della Sardegna, in qualche modo si conserva come un centro di aggregazione, soprattutto per chi nasce nei paraggi, come Costantino Nivola e Salvatore Cambosu, che sentono forte la loro appartenenza alla città. Luogo di confronto, per chi rimane e per chi parte come Maria Giacobbe, nel segno delle Radici da non dimenticare, anzi da proporre e salvaguardare, per chi vuole senza ipocrisie fare i conti con la propria sardità, quindi con la propria identità, negli scrittori dei primi del Novecento come negli artisti di oggi.

Piero Marras, premiato nel 2003 dalla Fondazione Ignazio Silone “per l’alto valore culturale dei suoi testi”, canta la sua città con i versi scritti insieme a Franceschino Satta: “Bid’hapo pizzinnos jocande in guruttos, e in pratas de sole. E a zaja in sa janna a murmuttu, filande iscarpittas de lana”. E il canto conferma quell’antica tradizione di Atene della Sardegna. Questa figura femminile sull’uscio di casa racconta una solitudine che va oltre il tempo, il silenzio intorno, interrotto qua e là dalle voci incoscienti di fanciulli festanti. Ancora isolamento e precarietà, ancora solitudini imposte e caducità. Ancora inquietudine e vento forte da nord-ovest.

Ma, dopo oltre un secolo, a Nuoro si legge di più. Ci sono le librerie e le case editrici, i musei, i teatri, i giornali, le radio e le televisioni, le associazioni culturali, i centri musicali e i cori polifonici, ci sono le scuole con le diverse discipline, timidamente le università e le nuove professionalità. Ci sono figure di eccellenza nel settore del cinema e del teatro, della scrittura e delle arti figurative, della musica e della creatività più in generale. Insomma, Nuoro è ancora fonte di creatività e di invenzione artistica, capace di sorprendere e di proporsi come sistema culturale che merita di essere vissuto e condiviso.

Per questo abbiamo promosso il progetto del Distretto Culturale, affinché quel processo di crescita sostenibile legato alla cultura locale che si fonda su un’economia plurisettoriale, ad elevata specializzazione, possa dar vigore e sostegno al tessuto produttivo locale e funga da tessuto connettivo tra imprese, associazioni, pubblica amministrazione e l’intera comunità.

Una sfida affidata a chi ama il cuore della Sardegna e crede nella cultura come risposta alla precarietà e all’abbandono.

A chi ama “Nuoro, dove c’è posto per tutti”.