Primavera nel Cuore della Sardegna 2022

Le più antiche testimonianze archeologiche nel territorio di Lodè risalgono almeno al Neolitico Recente (IV millennio a.C.). Sono presenti, infatti, 5 domus de janas (ipogei funerari scavati nella roccia) chiamate a Lodè “Calas de sos naneddos”, un menhir, una tomba dolmenica e un’allèe couverte. Di epoca nuragica sono invece le diverse tombe dei giganti presenti nel territorio , un proto nuraghe e tre nuraghi di cui quello di Polilobato di Thorra è ancora in buono stato di conservazione. Altri insediamenti nuragici sono presenti nelle aree di: Sa Ichedda, Sas Seddas, Su Casteddu, Su Mattone, Thilameddu e Sos Lothos.

I più antichi documenti scritti su Lodè risalgono probabilmente al 1100 circa, periodo in cui la Sardegna era suddivisa in quattro regni chiamati Judikatos (da Judiche, “re”): Giudicato di Gallura, Giudicato d’Arborea, Giudicato di Torres e Giudicato di Cagliari. La Villa (centro abitato) di Lodè faceva parte del Giudicato di Gallura e compare nei documenti in cui Innocenzo II (1135) e Onorio III (1238) confermarono la donazione della corte di S. Andrea di Lata o Late fatta dal giudice Costantino di Gallura ai monaci Vittorini.

Le notizie certe su Lodè iniziano in seguito al 1323 quando la Sardegna, ad eccezione del giudicato d’Arborea, cade nelle mani dei Catalano-Aragonesi. Nel 1431 Lodè fu infeudato, insieme alle ville di Posada, Torpè e Siniscola, con il nome di Baronia di Posada a Nicola Carròz d'Arborea. Maggiori informazioni riguardo alle abitudini e agli stili di vita del luogo si possono trarre sia da fonti storiche ecclesiastiche, sia attraverso registrazioni di rendite, lasciti, ecc.

Sull’origine del nome diverse sono le ipotesi: Giovanni Spano (1872) sostiene possa derivare dalla radice fenicia Lod-Lott, “nascosto, occulto”, in quanto la sua posizione geografica risultava essere poco accessibile. Iosto Miglior (1987-1990) mette in relazione il termine Lodè o al greco antico (da Lyde=Lidia , regione dell’Anatolia, ipotizzando la presenza di popolazioni provenienti dall’Asia Minore ) o al sardo (da Lodde che in sardo significa volpe). Questa ipotesi parrebbe trovare riscontro nella leggenda secondo la quale il fondatore del borgo fosse un pastore di nome Lodde o Loddeddu, fuggito con la sua famiglia da un vicino villaggio (Sos Lothos o Thilameddu) a causa di una epidemia, portata da sa musca macchedda , che aveva sterminato gli abitanti dei due insediamenti.

Lodè è un antico borgo della Gallura medievale, il cui territorio, principalmente collinare, appartiene alla regione storica nota come Alta Baronia. Il paese, appartenente alla Provincia e alla Diocesi di Nuoro, è compreso tra la catena calcarea del Montalbo a SE e i monti granitici di Bitti, Buddusò e Alà dei Sardi a O-NO, conta 1.769 abitanti e ha una superficie di 123,45 chilometri quadrati compresi tra i 16 e i 1.057 metri sul livello del mare, con un’escursione altimetrica pari a 1.041 metri che offre ai visitatori diverse sfaccettature paesaggistiche. Il territorio comunale è prettamente collino-montagnoso fatta eccezione le fertili zone a sud del paese bagnate dal Riu Mannu. A est il Montalbo fa da confine naturale con il comune di Siniscola, a sud nello stesso monte Montalbo troviamo i comuni di Lula e Onanì. Gli altri comuni confinanti sono, ad ovest il comune di Bitti e a nord bagnato dal lago Maccheronis il comune di Torpè, e a nord il comune di Padru e Alà dei Sardi.

La fauna, un tempo, era incredibilmente ricca e varia. Intorno agli anni ’50 scompariva il cervo; oggi rimane invece una piccola colonia di mufloni cui si accompagnano, nelle zone più riposte, martore, ghiri, cinghiali, gatti selvatici, ghiandaie, colombacci e pernici. Nei più inaccessibili anfratti trovano riparo numerosi rapaci quali gheppi, sparvieri, astori, poiane e falchi pellegrini affiancati da saltuarie apparizioni di grifoni ed aquile reali. La restante avifauna è principalmente costituita da cornacchie grigie, corvi imperiali e passeracei quali calandre, cardellini, strillozzi, pettirossi, passere sarde e magnanine. La flora è composta nella parte più intatta del Montalbo da foreste di leccio, orniello, tasso, ginepro, fillirea, acero minore. A questi, si alternano zone di rigogliosa macchia di cisto, erica, ginepro, corbezzolo ed euforbia, rifugio spesso di numerose piante endemiche. Nei luoghi più riposti e freschi, si trovano invece splendidi esemplari secolari di acero minore.

Il paese è ricco di acqua grazie alla vicinanza del Rio Mannu, con la cascata di Sos Golleos  che ha favorito l’economia agro-pastorale su cui da sempre si basano le attività del paese. Suggestive le tipiche case in pietra, decorate con i caratteristici balconi in legno. Sempre in legno sono i pochi esemplari di pinnettu, vecchie capanne-rifugio dei pastori. Per gli amanti del trekking si consigliano gli itinerari che portano a Punta Cupetti, da cui si domina l’altopiano S'Ena 'e Cupetti e le foreste della zona. Da visitare, il nuraghe Sa Mela, sul Monte Prana, e alcune tombe di giganti e diverse domus de janas che gli abitanti chiamano “Sas calas 'e sos naneddos” , ossia le piccole grotte dei nani. Dal Monte Prana è possibile scorgere le fondamenta degli antichi villaggi di Sos Lothos e Thilameddu.

L’architetto Vico Mossa (1957) descrive Lodè “come un nido d’aquile” con “una struttura da kasbah ed è forse il più impressionante dei villaggi montanari”. Il centro storico si estende alle pendici di una collina chiamata su Inucragliu e si articola secondo uno schema urbanistico tipicamente medievale, sviluppatosi attorno alle sue antiche chiese e caratterizzato da peculiari strade spezzate, portici, vicoli stretti e scale.

Studi recenti sul centro storico di Lodè hanno evidenziato la presenza di tre tipologie abitative: abitazione monocellulare, costituita da un unico vano che fungeva da cucina, camera da letto e che spesso ospitava anche animali da cortile; sottotipo collinare, formata da due stanze, cucina al pian terreno e una stanza al piano superiore collegata da una scala interna. Il piano superiore presentava spesso un ballatoio in legno di cui oggi sono rimaste poche tracce; casa oleastrina collinare, abitazione su due piani composti entrambi da un unico vano e collegati da una scala in pietra esterna: nel piano inferiore era collocato s’undacru (stalla e/o cantina) mentre la stanza del primo piano fungeva contemporaneamente da cucina e da stanza da letto. Il materiale utilizzato per i paramenti murari è la pietra: i muri venivano eretti a secco o con del fango impiegato come legante. Altre caratteristiche comuni a queste tre tipologie di abitazioni erano le porte in legno (solitamente ad un unico battente) e le finestre, sempre in legno e spesso senza vetro.

Ricco di tradizioni popolari, Lodè si caratterizza per la vivacità delle sue feste, dove il sacro e il profano s’intrecciano e danno luogo ad una esaltazione del senso comunitario e partecipativo della popolazione. La festa più tipica è sicuramente “ Sant’Antoni ‘e su ‘ocu”. Per tale ricorrenza i bimbi vanno di casa in casa a ricevere i doni che le donne hanno preparato per l’occasione: calistros , arantzos e dolci vari. Nel frattempo i ragazzi si recano nelle campagne circostanti a raccogliere le frasche ( s’erimu ) che collocheranno attorno a sa pompia, un tronco d’albero posto al centro della piazzetta Sant’Antonio. Nel tardo pomeriggio, immediatamente dopo la S. Messa, le frasche sono accese, il parroco benedice il fuoco e dà il via alla gara che coinvolge i giovani che devono raggiungere la cima di un lungo palo per prendere i premi in palio. La serata si conclude con balli tradizionali e banchetti all’aperto offerti a tutti i partecipanti. Ricca è anche l’enogastronomia locale, con una tradizione panificatrice ampia e variegata (pane carasatu, sos calistros, sìmula, cotzulas ecc.), di pasta (macarrones de erritu, de pòddighe, pistizone, trìvias ecc), e di dolci (uruglietas, arantzata, gathas ecc).